STEVE HACKETT - WILD ORCHIDS

Track List:
1. Transylvanian Express 2. Waters Of The Wild 3. Set Your Compass 4. Down Street 5. A Girl Called Linda 6. Blue Child 7. To A Close 8. Ego And Id 9. Man In The Long Black Coat 10. Cedars Of Lebanon 11. Wolfwork 12. Why 13. She Moves In Memories 14. The Fundamentals Of Brainwashing 15. Howl 16. A Dark Night In Toytown 17. Until The Last Butterfly
line-up:
voce, chitarre, sitar elettrico, armonica: Steve Hackett tastiere: Roger King, Nick Magnus flauto: John Hackett sax, flauto, clarinetto: Rob Townsend batteria: Gary O'Toole
Produced by: Bill Budis
year: 2006 - Durata: 72:00


Review: 1, go to giovanni review


Avevamo lasciato Steve Hackett tre anni fa a "guardare il temporale" in quello che era il suo ultimo disco rock. Dopo vari tour in giro per il mondo, un disco classico e più o meno un migliaio di live archive pubblicati, lo ritroviamo esattamente da dove lo avevamo lasciato, intento a raccogliere le "orchidee selvagge". Sì perché Wild Orchids è per varietà di stili e testi il seguito naturale di To Watch The Storm; anzi, ne è per certi versi un'esasperazione. Steve, infatti, continua nella sua personalissima ricerca musicale, fatta di richiami al passato remoto (Why e A Girl Called Linda), ed al passato prossimo (Set Your Compass e Blue Child), di contaminazioni etniche contemporanee (Cedars Of Lebanon, Waters Of The Wine), di ardite soluzioni stilistiche (l'orchestra che si fonde con la rock band). Laddove lavori come l'ultimo Metamorpheus, indubbiamente pregevoli dal punto di vista compositivo, risultano monotoni all'ascolto, un disco come Wild Orchids ti cattura dal primo all'ultimo dei 72 minuti della limited edition con repentini cambi di registro. Certo, la varietà non sempre è sinonimo di qualità ed alcune tracce non sembrano irresistibili (a dire il vero, in percentuale qualche traccia in più di TWTS...) ma, di questi tempi, trovare un'artista dal passato come quello di Steve che si rimette così pesantemente in gioco album dopo album è cosa rara. Quindi, tanto di cappello a questo grande chitarrista.
Il disco, nella edizione limitata, parte con Transylvanian Express, uno strumentale molto tosto che rappresenta il continuo di A Dark Night In Toytown, ovvero l'opening track dell'edizione normale del disco. Questa scelta di dividere in due tracce, una cantata ed una strumentale, un unico brano la ritroveremo anche in seguito. Transylvanian Express è nelle intenzioni di Hackett l'inizio del viaggio in musica che l'artista ci farà vivere nei successivi 72 minuti. Il pezzo si segnala per la presenza della Underworld Orchestra e di un bel frammento acustico attorno ai 2'e 46'' (quando Hackett miscela elettrico ed acustico regala sempre fortissime emozioni!). Dalla Transilvania si approda in Asia per Waters Of The Wild, brano caratterizzato dal sitar che determina l'atmosfera orientaleggiante, resa peraltro ancor più straniante dall'aver scelto come testo una poesia del poeta irlandese Yeats. Un po' come mettere il testo di O' Zappatore sulle note di Amazing Grace!
Torniamo su binari molto più conosciuti con la successiva Set Your Compass, pezzo in cui predominano i classici cori hackettiani ed una chitarra acustica che dopo 1' e 15'' ci riporta indietro a note sentite nella splendida Entangled. Peccato che Steve non abbia sviluppato adeguatamente questo pezzo con una parte strumentale che certamente avrebbe fatto di Set Your Compass un capolavoro. Si rifà tappa a Londra con Down Street, che al primo ascolto mi aveva lasciato decisamente perplesso. La voce dall'oltretomba del narratore, già ascoltata in Devil Is An Englishman ed in alcuni passaggi di Darktown continua ad infastidirmi. Fortunatamente, dopo 3 minuti e mezzo di sofferenza la voce cede il posto ad una interessante fase strumentale e quello che risulta essere il brano più lungo del disco (più di sette minuti) si riscatta parzialmente. Dalla rudezza di Down Street si passa alla delicatezza di A Girl Called Linda, cui gli interventi al flauto di Rob Townsend e le spazzole di Gary O'Toole regalano un'atmosfera jazz davvero incantevole. Ma ancor più affascinante è lo strumentale successivo Blue Child, che lo stesso Steve definisce progressive blues. Ancora mi domando perché Hackett lo abbia estromesso dalla versione ufficiale del disco, forse perché troppo tradizionale in un album così sperimentale. Ancora cori su una melodia acustica in To A Close, brano ricco di pathos con la protagonista del testo che finisce suicida all'hotel Ritz circondata dalle foto dei suoi amanti. Questo brano, in realtà, andrebbe commentato assieme a She Moves In Memories, che ne è l'appendice strumentale, ma in questo caso il taglio effettuato da Hackett penalizza eccessivamente To A Close, che finisce per essere monotona ed anche monca nel finale.
Seguono ben due cover, nel solco della tradizione inaugurata in To Watch The Storm. La prima è quella Ego And Id ascoltata nel disco del fratello John Checking Out Of London. Non mi convince appieno il rifacimento di Steve, molto simile alla versione originale anche se un po' più heavy di quello di John (che tra l'altro qui suona la chitarra), con una voce distorta praticamente irriconoscibile e molti più assolo di chitarra. Nick Magnus fa la sua unica apparizione in questa traccia sostituendo Roger King alle tastiere. La seconda cover è Man In The Long Black Coat di Dylan, che invece mi ha colpito positivamente per l'interpretazione di Steve, nonostante lo stesso Hackett nelle note si schernisca per la sua dizione. Voce a parte, questa versione rispetto all'originale presenta un intro particolarmente convincente e interessanti inserti di chitarra elettrica al termine di ogni strofa.
Qualcuno ha notato in Cedars Of Lebanon, altra bonus track della edizione speciale, una certa influenza da parte di Peter Gabriel. Effettivamente Steve, in questo brano di chiara matrice etnica, si diverte persino a scimmiottare la voce del suo ex compagno di band nonché certe sonorità alla Real World. Il brano è gradevole nella sua impostazione sperimentale ma rimane un episodio isolato nel disco. Curioso il riferimento esplicito nel testo al Libano, terra recentemente martoriata dal conflitto con Israele. La successiva Wolfwork è, a mio avviso, un'altra grande incompiuta. Lo stile è quello dell'Hackett più rockeggiante, la Underworld Orchestra dà al brano un tono di solennità, la batteria di O'Toole è in bella evidenza e la melodia è accattivante. Ma, come in Set Your Compass, al termine del brano si ha l'impressione che Steve non abbia sviluppato adeguatamente l'idea musicale che sottende a questo pezzo.
Il breve intermezzo successivo, Why, è più che altro la scusa di Hackett per inserire ancora una volta l'Optigan in un disco solista. Fortunatamente questa traccia è presente solo nell'edizione speciale. Ben altra cosa è la successiva She Moves In Memories, commovente seguito strumentale di To A Close, di cui sviluppa il tema principale con i magnifici interventi al flauto di John Hackett. Si tratta di uno dei picchi emozionali del disco, un brano che non sfigurerebbe in una colonna sonora di un classico della Disney.
Ricorderete come in To Watch The Storms ci fossero pareri contrastanti su Serpentine Song con i fans divisi tra chi contestava l'influenza al limite del plagio dei King Crimson e quanti ne esaltavano la straordinaria bellezza melodica. Le stesse discussioni immagino scatenerà The Fundamentals Of Brainwashing, un pezzo di per sé interessante che è troppo simile tuttavia ad High Hopes degli ultimi Pink Floyd. Fundamentals confluisce nel successivo strumentale Howl. Ancora una volta un brano diviso in due, ma almeno in questa occasione Steve non spezza la continuità delle due tracce e questo giova al risultato complessivo. Molto bello in Howl il pianoforte di Roger King che conduce il pezzo alla conclusione.
A Dark Night In Toytown non mi sembra un episodio particolarmente riuscito e conferma la regola che in Wild Orchids la versione strumentale è sempre preferibile a quella cantata. Le qualità vocali di Steve non sono espresse al meglio in un contesto in cui il testo non riesce a star dietro ad un ritmo troppo vertiginoso. Anche l'ultima traccia, Until The Last Butterfly, l'immancabile pezzo di nylon guitar, è tutto sommato un episodio scontato e di basso profilo se confrontato con le gemme che in questo campo Steve ci ha da sempre saputo regalare. Quasi un tributo che l'artista si sente di dover rendere in ogni caso alla chitarra acustica, anche se a corto di idee.
L'impressione finale, dopo i 72 minuti di ascolto, è di un disco che avrebbe potuto essere molto più interessante con qualche traccia in meno (non necessariamente quelle escluse dalla versione ufficiale) e qualche bella idea maggiormente sviluppata. Il mio giudizio su Wild Orchids rimane comunque estremamente positivo. Al di là delle valutazioni musicali, si tratta di un lavoro che, grazie alla sua varietà stilistica, arricchisce culturalmente l'ascoltatore spingendolo a confrontarsi con sonorità differenti. Un lavoro che si eleva al di là delle stagnanti forme musicali odierne... (vi dice niente questa frase?)

Giovanni
Ottobre 2006

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