Hackett, Steve - Out of the tunnel's mouth (2)
| Brani: |
Disc 1: 01. Fire on the Moon 06:11; 02. Nomads 04:31; 03. Emerald and Ash 08:59; 04. Tubehead 03:36; 05. Sleepers 08:50; 06. Ghost in the Glass 02:59; 07. Still Waters 04:35; 08. Last Train to Istanbul 05:56 Disc 2 (Bonus Disc:): 01. Blood on the Rooftops 05:46; 02. A Tower Struck Down 04:26; 03. Firth of Fifth 10:09; 04. Fly on a Windshield 02:18; 05. Broadway Melody of 1974 02:03; 06. Every Star in the Night Sky 08:05 | |
| Formazione: | |
Disc 1: Nick Beggs – bass, Chapman Stick; Dick Driver – double bass; John Hackett – flute; Steve Hackett – guitars, vocals; Roger King – keyboards, programming; Lauren King – backing vocals; Ferenc Kovaks – violin; Amanda Lehmann – vocals; Jo Lehmann – backing vocals; Anthony Philips – twelve string guitar; Chris Squire – bass; Christine Townsend – violin, viola; Rob Townsend – soprano sax. Disc 2: Steve Hackett – guitar, vocals; Roger King – keyboards; Gary O’Toole – drums, vocals; Nick Beggs – bass, Chapman Stick, vocals; Rob Townsend – sax, flute, whistle, percussion | |
Produced by Steve Hackett & Roger King 2009, Wolfwork Records |
Il pacco mi arriva direttamente a casa, comodamente ordinato da internet: segno dei tempi che cambiano. Apro il plico nel quale è contenuto il cd e rimango perplesso per un attimo. In copertina, al posto del consueto dipinto di Kim Poor, una foto di Steve immerso nel vapore fa subito capire che nel tempo trascorso dall’ultimo disco rock del chitarrista (Wild Orchids, eravamo nel 2006) di cose ne sono accadute. Il titolo, poi, sgombra il campo da equivoci. Hackett ha passato un brutto periodo e vede adesso la luce al termine del tunnel nel quale era piombato quando di colpo si era trovato abbandonato dalla moglie, ed un tempo musa, Kim e dal suo storico manager Bill Budis. Spiacevolissime faccende legali e pretese economiche inaudite da parte della ex signora Poor hanno per mesi bloccato l’uscita di questo lavoro, per il quale Steve ha dovuto fare di necessità virtù, registrando nel salotto di casa propria e creando una nuova etichetta (Wolfwork, dal nome di un pezzo su Wild Orchids). Pare che ad un certo punto Kim fosse arrivata a rivendicare le royalties sui diritti delle canzoni di Steve, in virtù dell’ispirazione data all’artista, roba che se passava il principio legale Phil Collins finiva sul lastrico! L’album risente chiaramente di tutte queste difficoltà sotto molti punti di vista. La durata, in primo luogo, confinata ad appena 45 minuti, dopo i fasti dei dischi con la Camino (che però talvolta sacrificavano la qualità sull’altare della quantità), l’assenza di una batteria vera per evitare beghe con il vicinato (sic!), ed i testi che, pur mantenendo lo stile onirico e talvolta un po’ allucinato tipico di Steve, contengono numerosi riferimenti alle vicende personali che lo hanno segnato negli ultimi tempi.
Con questi presupposti, un lavoro che all’inizio non mi aveva particolarmente impressionato ha acquistato valore e consistenza dopo ripetuti ascolti, soprattutto se paragonato con le recenti e prossime pubblicazioni degli ex colleghi Genesis. Laddove, infatti, Gabriel e Collins dopo anni di silenzio indugiano nel passato, andando a coverizzare brani di altri artisti, Mister Hackett si sforza di proporci materiale inedito che contiene un livello di varietà musicale assolutamente stimolante. Ospiti di tutto riguardo hanno inciso i solchi di questo disco: Chris Squire, con il quale Steve sta da anni cercando di realizzare un progetto a quattro mani, Ferenc Kovaks, violinista dei Djabe, una band ungherese con la quale Hackett collabora da un po’ e, udite udite, Anthony Phillips, il primo chitarrista dei Genesis che lo stesso Steve sostituì nell’oramai lontano 1970. Quest’ultima collaborazione è probabilmente la chicca del disco per gli appassionati dei Genesis, visto che i due chitarristi non avevano mai suonato assieme, e non è un caso che i due brani in cui Ant mette il suo zampino, Emerald And Ash e Sleepers, sono certamente i più belli del disco.
Ma andiamo con ordine e partiamo dall’ipnotica Fire On The Moon, parto delle sessioni con Chris Squire e già nota da tempo ai fan per le esecuzioni live nei tour più recenti. Rispetto alle esecuzioni dal vivo, il pezzo acquista una carica ancora maggiore in questa versione da studio ed è un vero peccato non poterlo ascoltare con una vera batteria in sottofondo, visto che il drumming è uno degli elementi portanti del brano. Una fastidiosa distorsione irrompe in apertura prima che un carillon tranquillizzante (un cliché per Hackett) e la voce sonnacchiosa di Steve depistino l’ascoltatore, facendolo illudere di ascoltare una nenia da buona notte. Il ritornello arrivare a scuotere tutti con i suoi poderosi oh oh oh e subito dopo Steve si ritaglia i suoi spazi per pregevoli svisate di chitarre ed assoli nel suo stile che non ci stancheremo mai di ascoltare, con il fido Roger King a supportarlo con un tappeto di tastiere. I testi sono chiaramente ispirati all’ingloriosa fine della relazione con Kim Poor. Il fuoco sulla luna è una condizione impossibile, un quadretto che rompe l’idillio di un’unione apparentemente inossidabile. Ma, come ci ricorda Steve nel booklet del cd, si tratta solo di una questione di prospettiva. Quello che da lontano sembra un arco di trionfo, in realtà risulta essere un tunnel lungo e minaccioso, la cui uscita è rappresentata da questo disco, un autentico momento di catarsi per il chitarrista. Il tema ricorrente nelle tre strofe di questa canzone è la disillusione di un uomo, sotto i cui piedi il terreno ha iniziato a franare. Un uomo che di colpo si è visto abbandonato dalla compagna di una vita e dal manager amico nel momento in cui stava finalmente raccogliendo i frutti del lungo lavoro intrapreso dopo le difficoltà professionali ed economiche di metà anni 80. Ecco così che si spiegano alcune immagini altamente evocative contenute nelle liriche, immagini di un mondo che diventa improvvisamente sottile come carta, di un uomo che affoga nel fango senza nessuno che lo aiuti e di una disfatta che coincide, guarda caso, con il momento in cui finalmente ci si ferma ad osservare orgogliosi i trofei del recente passato.
Lo Steve Hackett acustico che ben conosciamo attacca una introduzione di una trentina di secondi per il pezzo successivo, Nomads. La canzone scorre poi tranquilla per un altro paio di minuti ma, come promesso da Steve nelle note, si apre brevemente a contaminazioni gitane per poi incanalarsi nei classici binari dell’elettrica di Hackett. Già ai tempi di Spectral Morning con la splendida The Virgin & The Gipsy Steve aveva testimoniato la sua ammirazione per la cultura nomade. E non è un caso che proprio adesso il chitarrista ripensi ad un popolo che eleva lo spirito al di sopra della ricchezza. La rinuncia ai beni edonistici in favore di una vita passata vagando “di polvere in polvere” dove l’unico possedimento è rappresentato dall’immaginazione è forse un’altra stilettata a Kim ed alle sue brame materialistiche?
Milan Kundera viene citato nelle note del brano successivo, Emerald And Ash, per spiegare come spesso la realtà e l’illusione possano indossare la stessa maschera. Siamo dunque ancora su un terreno privato, nell’angolo del rancore personale, della favola senza lieto fine. La canzone infatti parte con un tema fiabesco (ricordate She Moves In Memories?) e cita nel primo verso le fate dei confetti di Tchaikovskiana memoria. Ma queste creature fantastiche ed apparentemente benevole brandiscono una lama affilata e, nascosto, un serpente è pronto a sollevarsi per colpire la preda. Steve sta parlando chiaramente della donna dai due volti che tempo fa lo blandì con un incantesimo per ingannarlo. Frasi come “lei rivendicava il suo diritto ad una porzione di celebrità” o “la regina di cuori giocava per vincere sin dall’inizio” testimoniano un astio esasperato verso quella stessa compagna alla quale pure aveva dedicato numerose romantiche canzoni ma… così va il mondo, baby. Sul versante musicale il pezzo è chiaramente suddiviso in due parti. Nella prima l’incedere lento supportato dal cantato è caratterizzato dalla chitarra a dodici corde di Anthony Phillips. La seconda parte, totalmente strumentale, è anticipata da alcuni suoni metallici e vede Steve sugli scudi in un’esplosione sonora che confluisce nell’iniziale tema fiabesco.
Anche il successivo Tubehead è spinto al massimo per tutta la sua durata. Un’esplosione di potenza che in certi punti si avvicina a The Mechanical Bride e vivacizza l’album proprio un attimo prima che le atmosfere si diradino nuovamente per fare spazio al vertice artistico del disco. Sleepers inizia con toni drammatici e commoventi che ci riportano alle emozioni di Hairless Heart. I primi due minuti del disco, impreziositi da una parte orchestrale, ci regalano l’Hackett dei momenti migliori. Quando parte la sezione cantata, preparati da cotanta introduzione, ci facciamo cullare da questa fantastica ninna nanna che racconta di sogni improbabili e di miracoli. Ma il bello nei dischi di Hackett è che non ci si può mai adagiare ed ecco che infatti la parte rilassante lascia di colpo spazio ad una fase ossessiva in cui la voce si distorce (altro marchio di fabbrica di Steve), i sogni si trasformano in incubi di cani che si tramutano in rettili, di demoni e Grande Fratello. Poi un bridge strumentale di chiara matrice progressive conduce il pezzo fino alla conclusione, che in effetti è il refrain della prima parte con in più la voce in dissolvenza di Steve e del suo coro che con fare ipnotico continuano a ripetere la frase: “tutti coloro che dormono stanno inviando i loro sogni”. Ed allora, sarà la deformazione professionale, ma mi viene naturale l’accostamento lirico con Unquiet Slumbers For The Sleepers e quasi mi aspetto di ascoltare le tastiere di Tony Banks accennare ad Afterglow. Ma siamo su un disco solista di Steve Hackett e sono le chitarre ad essere protagoniste, stavolta la nylon e l’elettrica insieme per lo strumentale Ghost In The Glass, un breve brano con tanto di uccellini in sottofondo. La parte unplugged si fa preferire a quella elettrica (che forse risente un po’ troppo dell’ombra di un gigante quale Spectral Morning), ma nel complesso il pezzo è gradevole. Non altrettanto lo è quello successivo, Still Waters, nel quale Hackett ritorna al blues, un amore mai sopito che non mi sento di corrispondere. Il brano tocca le solite corde del genere sia dal punto di vista musicale che lirico non riuscendo a distinguersi mai per originalità. Ben diverso è il discorso per l’ultima traccia del disco, l’episodio più sperimentale dell’album (ma non necessariamente quello più riuscito), nel quale Steve si cimenta con sonorità mediorientali. Il pezzo, immancabilmente chiamato Last Train To Istanbul, si avvale della collaborazione di Ferenc Kovacs dei Djabe che con il suo violino dipinge ritratti da Mille E Una Notte. Il testo continua ad indugiare sul versante onirico, come se il viaggiatore potesse proiettare la propria immaginazione sui finestrini della locomotiva. Sul finire fa capolino anche il flauto di John Hackett ma stavolta non c’è tempo e spazio per ulteriori improvvisazioni. Il treno di Steve per adesso si ferma in Turchia. Noi aspettiamo pazientemente che il convoglio riparta conducendoci verso altre, nuove destinazioni in questo viaggio sonoro che oramai dura da 35 anni.
Giovanni
Giugno 2010
Ultimo aggiornamento (Lunedì 14 Giugno 2010 17:13)


